Tra le tante possibili cause di un mal di schiena ce n’è una molto meno conosciuta delle altre ai più: si tratta della spondilodiscite e non va sottovalutata!

Parliamo di un’infezione che colpisce la colonna vertebrale e che – proprio perché rara e poco nota – spesso viene purtroppo riconosciuta in ritardo.

La buona notizia è però che, se individuata per tempo, può essere curata con ottimi risultati nella maggior parte dei casi.

Identificare la Spondilodisciti significa quindi avere uno strumento in più per capire quando un dolore alla schiena merita un approfondimento oppure no. Vediamo insieme perché non è un semplice “mal di schiena”.

Che cos’è una spondilodiscite

Questo termine, apparentemente complicato, in realtà descrive esattamente ciò che accade.

“Spondilo” indica la vertebra, “disc” il disco intervertebrale (il cuscinetto ammortizzatore tra una vertebra e l’altra) e “ite” significa infiammazione.

La spondilodiscite è dunque un’infezione che coinvolge il disco intervertebrale e le vertebre adiacenti.

Si tratta di una condizione poco frequente, ma non rarissima, che può interessare qualsiasi tratto della colonna: più spesso quello lombare, ma anche il dorsale e il cervicale.

Come si arriva a un’infezione della colonna

Può sembrare strano che un’infezione raggiunga la colonna vertebrale, ma i meccanismi possibili sono essenzialmente due.

Il più comune è la via del sangue: un germe presente in un’altra parte del corpo – per esempio a partire da un’infezione urinaria, cutanea, dentale, polmonare o del cuore – viaggia attraverso il circolo sanguigno e si “annida” nella colonna, dove trova un ambiente favorevole per moltiplicarsi.

Meno frequentemente, l’infezione può derivare da una procedura o da un intervento eseguito sulla colonna, oppure da un trauma o da un’infezione che si estende, partendo dai tessuti vicini.

I germi responsabili sono in genere batteri comuni; in alcuni casi, più rari nei nostri Paesi, l’infezione può essere sostenuta dal batterio della tubercolosi, dando luogo a una forma con caratteristiche particolari e a evoluzione più lenta.

Chi è più a rischio di spondilodiscite

La spondilodiscite può colpire chiunque, ma alcune condizioni ne aumentano la probabilità.

Tra queste: il diabete, un sistema immunitario indebolito (a causa di malattie o terapie), l’età avanzata, l’insufficienza renale, alcune malattie croniche, precedenti interventi o procedure sulla colonna, infezioni ricorrenti in altre sedi e l’uso di sostanze per via iniettiva.

Tenere in considerazione tali fattori aggravanti è quindi molto utile, perché spesso è proprio in questi pazienti che un mal di schiena nuovo e persistente potrebbe meritare una soglia di attenzione più elevata.

I sintomi della spondilodiscite: quando sospettarla

Ed eccoci al punto più importante per il paziente.

Il sintomo principale è il mal di schiena, ma con alcune caratteristiche che lo distinguono da un comune mal di schiena meccanico.

  • È un dolore persistente e ingravescente, cioè che tende a peggiorare progressivamente nel corso di giorni o settimane, invece di migliorare.
  • Spesso non si allevia con il riposo: anzi, può essere presente e fastidioso anche da sdraiati, disturbando il sonno e svegliando di notte.
  • Può accompagnarsi a febbre, talvolta modesta o intermittente. Attenzione però: la febbre può anche mancare, ed è proprio questo che a volte ritarda il sospetto.
  • Può associarsi a malessere generale, stanchezza marcata, perdita di appetito o di peso, sudorazioni.
  • La zona interessata è spesso dolente al tatto e la colonna appare rigida, con difficoltà a muoversi.

In alcuni casi, se l’infezione finisce per comprimere delle strutture nervose, possono comparire anche sintomi neurologici: dolore che si irradia a un arto, formicolii, riduzione della sensibilità, debolezza alle gambe o alle braccia e, nelle situazioni più serie, difficoltà a controllare la vescica o l’intestino.

Questi segnali richiedono una valutazione medica urgente.

È sempre però bene ricordare che la stragrande maggioranza dei mal di schiena non è una spondilodiscite. Ciò che deve accendere una spia d’allarme non è il classico dolore lombare che va e viene, ma un dolore nuovo, che non migliora e che peggiora nel tempo, soprattutto se accompagnato da febbre o da uno stato di malessere generale, o se compare in una persona con almeno uno dei fattori di rischio descritti poco sopra.

Come si diagnostica la spondilodiscite

Il percorso diagnostico parte, come sempre, dall’ascolto della storia del paziente e dalla visita. Se il sospetto si fa concreto, entrano in gioco alcuni strumenti tecnici.

Gli esami del sangue possono mostrare segni di infiammazione e infezione in atto, ed è fondamentale ricercare il germe responsabile attraverso apposite analisi (le emocolture).

La risonanza magnetica è l’esame chiave: è il metodo più accurato per riconoscere l’infezione, mostrare quali vertebre e quali dischi sono coinvolti e verificare se ci sono raccolte di pus (ascessi) o compressioni sulle strutture nervose. Possono essere utili anche TAC e altri accertamenti specifici.

In diversi casi si esegue anche una biopsia, cioè il prelievo di un piccolo campione di tessuto dalla zona interessata (spesso con una procedura mininvasiva guidata dalle immagini). Serve per identificare con precisione il germe responsabile e scegliere la terapia più mirata ed efficace. È un passaggio prezioso, perché una cura “su misura” funziona molto meglio di una generica.

Curare la spondilodiscite

Qui arriva la notizia più rassicurante: nella maggior parte dei casi la spondilodiscite si cura senza bisogno di intervento chirurgico.

Il cardine del trattamento è la terapia antibiotica mirata, prescritta in base al germe identificato e proseguita per un periodo prolungato – in genere diverse settimane.

È una cura che richiede pazienza e costanza: è fondamentale portarla a termine seguendo scrupolosamente le indicazioni, anche quando ci si sente già meglio, perché interromperla troppo presto è uno dei principali motivi di ricaduta.

Accanto agli antibiotici, il percorso prevede in genere il riposo e la protezione della colonna (perlomeno nella fase iniziale), spesso con l’aiuto di un busto o di un tutore, la gestione del dolore con terapie adeguate e controlli periodici (clinici, del sangue e talvolta radiologici) per verificare che l’infezione stia regredendo.

Man mano che le condizioni migliorano, si riprende gradualmente il movimento, spesso con il supporto della fisioterapia.

Il trattamento chirurgico è riservato a situazioni specifiche: quando l’infezione comprime le strutture nervose provocando deficit, quando sono presenti ascessi importanti da drenare, quando la colonna diventa instabile o si deforma a causa del danno alle vertebre, o quando la terapia medica non ottiene il risultato atteso. In questi casi l’intervento mira a liberare le strutture nervose, rimuovere il tessuto infetto e, se necessario, restituire stabilità alla colonna.

Quando si sospetta una spondilodiscite non bisogna aspettare

Il messaggio più utile di questo articolo è probabilmente questo: nella spondilodiscite il tempo conta. Una diagnosi precoce permette quasi sempre di risolvere il problema con la sola terapia medica, evitando complicanze e danni permanenti. Al contrario, un ritardo può consentire all’infezione di danneggiare le vertebre e le strutture nervose.

Per questo, di fronte a un mal di schiena che non passa e che peggiora – soprattutto se accompagnato da febbre o malessere – vale sempre la pena parlarne con il proprio medico, senza aspettare “che passi da solo”.

 

Riassumendo quindi: la spondilodiscite è un’infezione della colonna vertebrale poco conosciuta ma trattabile con successo, soprattutto quando viene riconosciuta per tempo. Conoscerne i segnali non deve generare ansia – il mal di schiena comune resta di gran lunga la causa più frequente di dolore – ma aiuta a distinguere ciò che merita un semplice po’ di pazienza da ciò che merita invece un controllo. Nel dubbio, un confronto con lo specialista è sempre la scelta migliore.

 

 

Questo articolo ha finalità puramente informative e non sostituisce la visita medica. In caso di mal di schiena persistente e ingravescente, soprattutto se associato a febbre o a sintomi neurologici, rivolgiti tempestivamente al tuo medico.